lunedì, Dicembre 5, 2022
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Clint Eastwood: i 90 anni di un’icona di Hollywood

Nei primi anni ’80, in un’intervista ai “Cahiers du Cinéma”, il grande regista Orson Welles (Quarto potere) affermava che tra gli autori contemporanei apprezzava molto Clint Eastwood, ma si rammaricava che nessuno lo prendesse realmente sul serio. Effettivamente in quegli anni per molti Eastwood era semplicemente un attore (celebre ma non ancora iconico) che si dilettava a fare (anche) il regista. Era ancora prigioniero delle due maschere che lo avevano lanciato, come interprete, all’inizio della carriera: quella del pistolero senza nome (Per un pugno di dollari) e quella del poliziotto Harry Callahan (nel doppiaggio italiano lievemente modificato in “Callaghan”).

È buffo come nello stesso periodo anche un altro personaggio di spicco della cultura americana, lo scrittore Norman Mailer (Il nudo e il morto), parlò di Eastwood come di uno dei pochi veri cantori degli Stati Uniti e della loro anima popolare. Si trattava di due voci fuori dal coro, ed oggi ci sembra certamente strano – per non dire assurdo – che la critica dell’epoca non avesse intuito le qualità di un autore che si sarebbe affermato solo molti anni dopo, all’inizio degli anni ’90, con il western crepuscolare Gli spietati.

Eppure Clint Eastwood fu un grande regista anche prima della sua effettiva consacrazione. Dato che domani compie 90 anni (portati splendidamente) e, ad oggi, continua a dirigere film con l’energia di un ragazzino è forse l’occasione propizia per compiere un viaggio a ritroso nel tempo alla scoperta di una carriera straordinaria, costellata non solo da grandi successi, ma anche da indubbio coraggio e anche un pizzico di fortuna. E da quest’ultima Eastwood fu baciato più o meno alla metà degli anni ’60, quando da “giovane” (aveva comunque già superato i trent’anni) interprete di una serie televisiva western di successo, Rawhide, venne scelto da un allora semi-sconosciuto regista italiano, Sergio Leone, per interpretare il ruolo di un cinico pistolero nel primo capitolo della celebre “Trilogia del dollaro“.

Una scelta che Eastwood prese tra mille dubbi, ma che lo consacrò a livello internazionale. Parallelamente a svezzarlo da un punto di vista attoriale ci pensò anche un altro regista, questa volta americano: Don Siegel. L’autore del film Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! non gli diede solo la possibilità di emanciparsi dal ruolo di cow-boy per vestire quello di poliziotto (sempre cinico naturalmente), ma gli offrì anche uno dei ruoli più complessi e sfaccettati della sua carriera di interprete: quello del caporale nordista protagonista de La notte brava del soldato Jonathan, un capolavoro poco conosciuto a cui oltretutto Sofia Coppola ha reso omaggio realizzando un remake (non all’altezza dell’originale) con Colin Farrell nel ruolo che fu di Clint.

Il passaggio da attore contraddistinto da sole due espressioni – con o senza il sigaro/cappello, a seconda di chi lo riporta, come diceva Leone – a quello di aspirante regista il passo è breve. Leone e Siegel giocano in questo passaggio dal davanti al dietro la macchina da presa un ruolo centrale e non è un caso se i primi due film diretti da Eastwood sono un omaggio ai propri “padri spirituali” (cinematograficamente parlando) e, allo stesso tempo, ne rappresentano una consapevole emancipazione: il noir hitchcockiano Brivido nella notte (dove oltretutto Siegel recita nel ruolo di un barman amico del protagonista) e il “fantasmatico” western Lo straniero senza nome.

Già dal suo terzo film, inoltre, Eastwood evidenzia la volontà di intraprendere strade nuove rispetto a quelle dei suoi due mentori, nonché di voler sperimentare generi differenti e all’apparenza a lui meno congeniali. Nel 1973 infatti dirige un film grazioso (non certamente un capolavoro), Breezy con protagonista William Holden (Il mucchio selvaggio): un dramma a tinte rosa che racconta la storia d’amore tra un attempato agente immobiliare e una giovane hippie. Un film che, se visto oggi, fa certamente sorridere – intriso di buoni sentimenti e talvolta un po’ mieloso –  ma che sorprende e ci pone di fronte al lato più sperimentale del cinema di Eastwood, tanto da legarsi ad altri film “minori” come il divertente poliziesco (molto fracassone) L’uomo nel mirino o il notevole musical Jersey Boys.

Eppure, nonostante questa verve sperimentale, la poetica dell’Eastwood regista comincia a delinearsi già a partire dagli anni ’70, laddove emerge chiaramente il suo interesse nel raccontare storie che possano essere una sorta di specchio degli Stati Uniti. Un inclinazione che non è mai venuta meno, tanto che oggi quando scorriamo a ritroso la sua filmografia ci rendiamo conto che – a parte qualche titolo slegato dalla sua personale riflessione sugli States (ad esempio, Invictus, dedicato a Nelson Mandela) – gran parte delle opere del regista di Carmel sono tasselli che compongono un complesso e sfaccettato mosaico: un mosaico americano, per l’appunto.

È difficile trovare un autore contemporaneo capace di analizzare in modo così sistematico la società americana e la sua Storia, dalle sue origini (il mito del West) alla sua contemporaneità (i “nuovi eroi” di cui abbiamo parlato in un precedente articolo). Clint Eastwood l’ha fatto per tutto l’arco della sua carriera. Ha raccontato la schizofrenia degli States post Vietnam (il già citato Brivido nella notte), ha riflettuto criticamente (e con disincanto) sul mito del West con capolavori come Il texano dagli occhi di ghiaccio Il cavaliere pallido (fino ad arrivare a Gli spietati), ha messo in discussione il mito del sogno americano, sviscerandone il lato oscuro (Million Dollar Baby, I ponti di Madison County e lo struggente Honkytonk Man, un film assolutamente da recuperare), ma ha raccontato anche l’America profonda e i suoi sognatori spesso dal destino segnato (Bronco Billy).

Inoltre, Eastwood ha saputo anche affrontare in maniera encomiabile un altro tema caro al cinema statunitense: la perdita dell’innocenza, in questo caso della Nazione. Ne sono testimonianza soprattutto due film quali Changeling, ambientato durante gli anni di una crisi economica (iniziata nel 1929) che per Eastwood si traduce anche in una crisi morale, e Un mondo perfetto, dove l’omicidio del presidente John F. Kennedy è anticipato (sempre in Texas) da un’altra storia finita nel sangue, quella del rapinatore Butch, che diviene quasi premonitrice di quanto accadrà da lì a pochi giorni a Dallas.

Pur essendo stato un sostenitore di Ronald Reagan (come è risaputo, Eastwood è da sempre un convinto Repubblicano), durante gli anni ’80 ha realizzato film complessi, contraddittori e non perfettamente allineati con l’ideologia dell’epoca quali Gunny e il terzo episodio della serie dedicata all’ispettore Callahan: Coraggio… fatti ammazzare (più che un poliziesco, un vero e proprio noir). Ha omaggiato i giovani eroi della Greatest Generation che presero parte alla Seconda Guerra Mondiale (il toccante Flags of our fathers), e facendo ciò ha avuto persino la maturità di non soffermarsi esclusivamente sul punto di vista americano ma ha scelto di raccontare per una volta anche la “visione dei vinti” in Lettere da Iwo Jima. E, sempre per restare in tema di “conflitti americani”, negli ultimi anni si è persino schierato contro la guerra in Iraq e la politica estera di George W. Bush (American Sniper).

Con J. Edgar, invece, è riuscito a portare sul grande schermo la storia di un “padre della nazione”, seppur controverso e aspramente criticato, ovvero il capo dell’FBI J. Edgar Hoover; mentre con Bird non ha solo omaggiato uno dei suoi grandi amori, il Jazz, ma ha celebrato anche uno dei suoi interpreti più geniali, Charlie Parker, raccontandone la drammatica parabola in modo esemplare (ad oggi rimane uno dei biopic più belli mai realizzati).

Per non parlare del fatto che Eastwood è stato anche uno dei più lucidi osservatori dell’involuzione della società americana, descritta dapprima (all’inizio del nuovo millennio) con profondo pessimismo, quasi come se si fosse tramutata in una giungla dominata da istinti primordiali (Mystic River, realizzato nel 2003), e poi analizzata con maggiore fiducia (specie nei riguardi delle nuove generazioni) come dimostra Gran Torino (alla fine, l’insegnamento del burbero Walt Kowalski viene appreso dal giovane Thao). Opera, quest’ultima, estremamente complessa e stratificata, dove oltretutto Eastwood riflette anche sulla sua icona, aggiornandola ai tempi (Walt è, in fin dei conti, una summa delle molteplici maschere eastwoodiane, a cominciare dal pistolero senza nome e Harry Callahan).

Un cinema introspettivo quello di Clint Eastwood, profondamente radicato nella storia e nella cultura americana, che ancora continua a interrogarci sul passato e il presente degli Stati Uniti. Un cinema che ci appare, alla soglia del suo 90esimo compleanno, più che mai prezioso. In attesa naturalmente del suo prossimo film, perché nonostante l’ormai veneranda età siamo sicuri che Eastwood non si fermerà qui, ma continuerà a raccontare storie capaci – come sempre – di stupirci ed emozionarci. Storie che andranno ad alimentare una filmografia che è nella sua quasi totalità una riflessione articolata, complessa e polifonica sul proprio paese; una vera e propria Americana, un lungo viaggio nel cuore dell’America.

Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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